Conditori e cimiteri di Triggiano

SCOPRIAMO LA NOSTRA STORIA

È noto che il culto dei defunti e l’esigenza di serbarne oltre che la memoria anche i resti mortali sono nati con l’uomo.

Nell’antichità i modi di conservare i “resti” furono diversi.

I Germani bruciavano i corpi dei morti, ponendo le ceneri sotto cumuli di terra; gli Egizi ponevano i corpi sotto la sabbia del deserto e, per le personalità più importanti, nelle famose piramidi; ecc.

In sostanza i sistemi di conservazione delle spoglie umane si possono ridurre molto schematicamente a due: la cremazione e la inumazione mediante sepoltura.

Gli Ebrei seppellivano i loro morti, avvolti da un sudarlo di lino dopo averli cosparsi di aromi e d’incensi nelle c.d. “case dell’eternità” scavate nel sasso delle colline prossime all’abitato.

Il sepolcro di Giuseppe d’Arimatea dove fu sepolto il corpo di Cristo prima della Resurrezione fu appunto una di quelle “case dell’eternità” scavate nelle rocce fuori di Gerusalemme.

I Cristiani, sin dalle primitive comunità sorte fuori della Giudea adottano per la conservazione dei resti dei defunti il sistema della sepoltura dei corpi.

Non poteva essere diversamente: si trattava di seguire la parola divina rivolta al primo uomo “ritornerai nella terra da cui fosti tratto” (Gen 3, 19), che di per sé non ammette la cremazione. D’altra parte già prima dell’avvento di Cristo le XII tavole romane, come ricorda Varrone, proibivano di ardere i corpi. Infatti i sepolcri della Roma cristiana erano costruiti fuori città e sulla strada pubblica affinché i morti ammoniscano che essi sono trapassati e che i viventi sono mortali “quo pretereuntes admoneant et se fuisse, et illos esse mortales”. (De ing. lat. VI).

Le prime tombe delle comunità cristiane romane fondate da Pietro in Trastevere, sono disposte tra il I e fine IV sec. nei loculi scavati nelle pareti di pozzolana delle catacombe.

Dopo l’editto di Costantino (a. 313) l’uso sepolcrale delle catacombe, non viene meno, ma viene trasportato gradatamente, negli atri e sotterranei delle basiliche. Un fatto è storicamente accertato e sicuro: solo alla fine del VII secolo, i sotterranei delle chiese diventano sepolcreti della comunità urbana. (Gregorovius)

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Il primo cimitero di Triggiano sorse, col villaggio, nel X secolo nell’atrio (curtis) chiuso da muro a secco che circondava la chiesa di S. Martino.

Il fatto è documentato dalle numerose tombe disposte in modo ordinato, rinvenute in sito e purtroppo distrutte intorno al 1920 allorché, proprio sul nostro primo cimitero furono costruite, all’imboccatura della strada Torre Longa che era anche l’antica strada che menava a Carbonara, alcune case di civile abitazione.

Sono tutt’ora viventi ed in grado di descriverlo coloro che ritrovarono e distrussero il complesso funebre.

Complesso d’altra parte documentato da numerosi reperti rinvenuti in sito, per lo più monete e medaglie indiscutibilmente medioevali gelosamente custodite dall’attuale legittimo possessore e disponibili, per chiunque volesse esaminarle.

L’esistenza del complesso funebre in argomento è nota anche a P. Daniele che scrive: “Sta di fatto che, in quella zona di Triggiano, oggi denominata ‘Dietro la terra’ e propriamente nei fondi di Vincenzo Campobasso e di Pietro Mastrolonardo, e del notaio Gerardo Nitti, nello scavare i terreni per la costruzione dei loro fabbricati, furono scoperte, molti anni or sono, parecchie tombe, contenenti vasi”. Senonché il buon cappuccino, che, tra l’altro non conosce l’esatta ubicazione di San Martino, e parla dei reperti per sentito dire e senza averli personalmente esaminati, nel vano quanto generoso tentativo di vedere ad ogni costo una “Triggiano preistorica” prende un grosso abbaglio e ritiene che le “parecchie” tombe siano preistoriche, non intuendo nemmeno alla lontana, di trovarsi di fronte al medioevale primo cimitero cristiano di Triggiano.

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Il cimitero di S. Martino non ebbe lunga vita. Ed infatti venne soppiantato nella seconda metà dell’XI secolo da un nuovo cimitero costruito insieme alla prima chiesa di S. Maria Veterana. Il nuovo cimitero, documentatissimo nelle nostre fonti, si estendeva sul lato est della chiesa Medioevale (attuale via Garibaldi) e comprendeva lo spazio attualmente occupato dalla cappella del Rosario, di Costantinopoli, del Presepio, del Santissimo e di Cristo, nonché l’area antistante fino alla via Garibaldi. Contemporaneamente alla costruzione della chiesa e del cimitero esterno, sotto le navatelle laterali della basilica erano stati costruiti i primi conditori (da condo: nascondere, conservare, seppellire).

Sennonché questi sepolcri interni erano riservati esclusivamente, a ristrettissime categorie sociali (quasi esclusivamente al clero) e comunque solo a chi avesse uno “ius patronatus ad sepulcrum” (il diritto alla sepoltura).

Di tali conditori medioevali e coevi al sorgere della Maggior Chiesa, uno in particolare è documentato nelle fonti scritte.

Nel 1561, prima ancora quindi che la Chiesa subisse alcuna modifica, il primicerio Joanne Vincentio figlio di Colavito de Robino “have uno jus patronato dael sepolcreto de San Leonardo di Trigiano”. I recenti lavori ci hanno permesso di localizzare subito questo sepolcreto con il ritrovamento di una parte di affresco realizzato sull’ingresso, sul quale si intravvede la raffigurazione di S. Leonardo.

Interessante questo sepolcreto nonostante la cappella di S. Lonardo (oggi del Rosario).

La sua dedicazione sta a dimostrare ulteriormente l’epoca di fondazione di S. Maria Veterana (seconda metà dell’XI secolo), se si tiene presente, ciò che storicamente è accertato che il culto di S. Leonardo patrono dei carcerati fu introdotto da noi per la prima volta dai Normanni (1070).

San Leonardo, molto probabilmente fu il primo patrono di Triggiano e non è un caso che il nome di uomo più diffuso a Triggiano fino al 1700 ed oltre è proprio quello di Leonardo.

Altro analogo sepolcreto contiguo a quello precedente dovette essere dedicato, molto verosimilmente a S. Cristoforo il cui culto fu anche diffuso a Triggiano.

Durante i recenti lavori di sterro nel sito di detto sepolcreto, sono state rilevate medaglie votive raffiguranti appunto S. Cristoforo. D’altra parte una delle prime strade medioevali sorte fuori del “fossum” si chiamava via di S. Cristoforo.

La sepoltura in chiesa fino al 1570 fu riservata solo ad una élite, essendo il cimitero del “populo” quello esterno.

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Dopo il 1570 le cose mutano radicalmente. In una sorta di rivoluzione culturale si cerca di cancellare il passato con un colpo di spugna. Si rade al suolo l’antica chiesa al fine di ampliarla; vengono aboliti i culti di S. Leonardo e di S. Cristoforo, per dare luogo ai culti divenuti di moda anche nei paesi vicini, dopo la battaglia di Lepanto: precisamente quello della Madonna del Rosario, e del Santissimo Corpo di Cristo, e della Madonna dei Carmine. La sepoltura in chiesa da eccezione diventa norma generale. Ma andiamo con ordine.

Verso il 1570 si decide di ampliare la chiesa. La decisione sollecitata dalle neonate confraternite, desiderose di darsi una sede più “degna” fu sottoscritta dall’Università, (il Comune), dal Capitolo e dalle confraternite stesse.

La nuova chiesa sorse in regime di condominio. Si stabilì che la navata centrale era di proprietà dell’Università che ne aveva finanziato i relativi lavori, mentre le navate laterali e le nuove cappelle erano di proprietà delle confraternite a cui spese erano state edificate. Si stabilì altresì che le future spese di manutenzione e restauro sarebbero gravate sul rispettivi enti proprietari. Nel costruire le loro cappelle, ciascuna delle quattro confraternite, del Rosario, del SS. Corpo di Cristo, della Madonna de Carmine e della Madonna delle Grazie (quest’ultima in verità non era una vera e propria confraternita ma un sodalizio di soli religiosi) scavano sotto di quelle i sepolcreti per i relativi confratelli e rispettive famiglie

Sorsero così i grandi conditori oggi venuti alla luce, sui due lai della chiesa.

L’Università, per conto suo, nella navata centrale di propria pertinenza, in prossimità dell’ingresso, scavò per tutti i cittadini che non fossero in qualche modo congregati, analogo sepolcreto.

Il cimitero esterno pertanto venne a perdere ogni funzione e, ormai ridotto, nelle sue dimensioni, diventò il “jardenum” della chiesa; giardino che nel secolo scorso scomparirà completamente per fa posto al cosiddetto Cappellone alla chiesa di Cristo e alla costruzione della Cappella di Costantinopoli.

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Nel primissimi anni dei 1600 due nuovi conditori vengono scavati nella maggior chiesa. Il primo a cura e spesa del notaio Gaspare Marzano fu ricavato sotto la sacrestia adiacente l’abside medioevale e dal predetto trasformata in una nuova cappella denominata “del Sacro Monte dei Maritaggi” o “del Presepe”. Questo sepolcreto ebbe carattere squisitamente privato essendo destinato per atto notarile al predetto notaio e suoi discendenti; fu in sostanza una tomba di famiglia.

Più interessante e più vasto l’altro conditorio scavato nel XVII sec. a cura dell’Università proprio nella parte absidale della chiesa, e destinato al “populo”.

Non si conoscono esattamente le cause che spinsero l’Università a scavare nella navata centrale questo secondo sepolcreto pubblico. Se si considera che nel predetto secolo si ha a Triggiano un decremento demografico, non si è lontani dal vero se si ritiene che alla costruzione del conditorio di cui si tratta, l’Università fu costretta dalla non prevista epidemia mortale da “Cholira morbus”. Tra i resti umani rinvenuti in questo sepolcreto, molti appartenenti a bambini.

Per lo scavo di tale sepolcreto seicentesco, si dovettero tagliare ben tre tombe pavimentali-absidali. Erano le più antiche, anzi le prime, sorte nella primitiva chiesa di S. Maria Veterana; quella centrale, con ogni probabilità, era la tomba del Barese Leone, dialettico e sacerdote, fondatore e primo proprietario della chiesa stessa che, è bene non dimenticarlo, diversamente da quella di S. Martino sorse come chiesa privata allo scopo, tra gli altri, di consentire al ricco proprietario-committente, appunto, la propria sepoltura.

Ma, tornando al suddetto sepolcreto sub-absidale seicentesco, lo stesso, diversamente dagli altri anteriori di cui si è già detto, fu coperto al piano di pavimento da una volta a veliera (purtroppo accidentalmente crollata durante i recenti lavori di sterro), tipicamente seicentesca. Una copia conforme di tale volta può ammirarsi nella chiesetta seicentesca di santa Lucia. I conditori sopraccennati rimasero in funzione ininterrottamente fino al 1840, nonostante l’editto di Napoleone (1804) vietasse la sepoltura nelle chiese. In verità nel 1819 un cimitero lontano dall’abitato e conforme alle nuove norme in vigore era stato progettato dall’ing. Giovanni Memola sulla strada di Torre Marinara. Ma tale progetto non poté essere realizzato, sia perché l’Università era a corto di quattrini, sia perché il sito prescelto per la costruzione era di proprietà dell’ancora potente Confraternita del Rosario, che non volle nemmeno sentir parlare di cessione del suolo.

Passarono più di vent’anni e l’Università, o meglio coloro che ne erano i “padroni” e che, immancabilmente, erano anche i proprietari dei suoli idonei per la costruzione del camposanto, omette di eseguire la necessaria opera pubblica adducendo una serie di pretesti, che è non opportuno in questa sede raccontare.

Di fronte a tale atteggiamento il Ministero dell’Interno ricorse ad un vero e proprio atto di forza (necessario).

Ordinò che tutti i conditori di Santa Maria Veterana venissero murati a gesso; per i poveri sfortunati Triggianesi che per il futuro dovessero passare a miglior vita l’Università si arrangiasse.

Non fu possibile trasgredire all’ordine e i sepolcreti della Maggior Chiesa furono interrati e murati come prescritto, nel 1840.

Eccone il certificato:

“L’anno milleottocentoquaranta, il giorno dieci Febbraio in Triggiano. Per effetto delle disposizioni di S.E. il Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni dì 24 luglio scorso anno 2° dipartimento, comunicateci dal Signor Intendente della Provincia con l’autorevole foglio dì 3 agosto detto scorso anno, e dell’altra ministeriale dei primo corrente Febbraio comunicataci pure con autorevole ufficio di detto Signor Intendente della Provincia dì 25 Gennaio ultimo, che riflettono e l’una e l’altra la chiusura de’ Sepolcri, e colmamento de’ medesini a gesso nella Chiesa Matrice.

Noi sindaco del Comune suddetto, assistiti dal cancelliere comunale d. Corradino Nitti previo invito fatto ai signori Parroco e Primo Eletto, come facenti parte della commissione, unitamente ai medesimi ci siamo trasferiti nella Matrice chiesa ove giunti abbiamo fatto chiamare in nostra presenza i periti muratori Giuseppe e Felice padre e figlio Lagioia ai quali personalmente abbiamo ordinato di adempiere a tutto quanto è prescritto nelle sullodate, cioè colmare e chiudere a gesso esattamente tutti i sepolcri esistenti e posti nella predetta Matrice Chiesa.

Eseguendo essi Muratori il loro incarico hanno fedelmente adempiuto a tutto quanto da noi si era imposto; come infatti abbiamo verificato col secondo nostro intervento nella medesima Chiesa.

Del che abbiamo formato il presente verbale sottoscritto da Noi, Parroco Primo Eletto e cancelliere Comunale”.

Vincenzo Carbonara Sindaco

Arciprete de Toma

Lorenzo Ancona primo Eletto

Corradino Nitti cancelliere Comunale

 

Per qualche tempo le salme dei triggianesi furono “depositate” in un piccolo spazio adiacente il cimitero riservato dei Cappuccini denominato “Terra Santa” ubicato nel giardino del Convento. Finalmente nel 1844 entrò in funzione, non ancora ultimato, il nuovo cimitero, ubicato lontano dall’abitato e difficilmente accessibile, non essendo ancora costruita la via Casalino ed il raccordo tra Triggiano e la consolare Bari-Taranto (cd. capostrada),

Il fondo espropriato in tutta fretta a Francesco Battista bisavolo di chi scrive e a tal Michele Campobasso è oggi sede di Case popolari.

Questo camposanto terz’ultimo in ordine di tempo durò pochissimo.

Già nel 1909, contro ogni logica e nonostante alcuni scritti infuocati e polemici del sacerdote-poeta don Peppino Palella, contrario allo spostamento, si cominciò a cercare un nuovo sito per un nuovo camposanto.

Sull’argomento il paese si spaccò in due, caddero alcune amministrazioni comunali, ma la spuntò la famiglia locale politicamente emergente, che per valorizzare come suolo edificabile una vasta tenuta vicina al cimitero ne impose il trasferimento. Iniziava una selvaggia speculazione edilizia, che tra l’altro, ci regalava l’infelice ed assurdo cimitero attuale di Torrelonga; il quarto.

Pasquale  Battista 

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